“la fiducia in dio”

“…più la vedevano, più se ne innamoravano”.

“La preghiera è donna”.

di Michele Ranzani

(pubblicato sul n. 300/2024 della rivista “Luoghi dell’infinito”, mensile de L’Avvenire)

“La scalea ellittica conduce al primo piano della dimora milanese dei marchesi Poldi Pezzoli. Ovattato, il nostro percorso sul velluto cremisi della passatoia lascia il posto ad un vetusto parquet; qui sono passati Rovani, Maffei, Giordani, Toschi…

Lei è là, nella sala nera, inginocchiata dal 1837. Opera di un toscano nel cuore della città meneghina, la Fiducia in Dio, è immagine del cambiamento, prezioso anello di congiunzione tra due mondi.

Lorenzo Bartolini, cresciuto in pieno neoclassicismo, nelle aule d’accademia predica il vero. La Fiducia mescola, così, echi davidiani e prodromi di quella straordinaria Scuola di Milano, fra i cui nomi illustri spicca quello di Vincenzo Vela. Lo scultore ticinese, infatti, è là, scalpellino sedicenne, all’esposizione braidense, dove la folla “…s’accalca e si spinge” per ammirare l’opera.

Bartolini è figlio della modernità, di quell’afflato travolgente che sono gli anni tra rivoluzione francese e Risorgimento. Da Omero a Voltaire, Lorenzo è avido di conoscenza; altresì di partecipazione attiva alle vicende del suo tempo. L’ambiente in cui si muove lo scultore di Prato è quello della ferrovia e del dagherrotipo, del naturalismo inglese, delle idee repubblicane e democratiche che permeano i salotti d’intellettuali presso le dimore di famiglie aristocratiche, dai Belgioioso ai Poldi Pezzoli. Entra in contatto con l’atelier di David, studia il greco e legge Winkelmann. Ammira Fidia, la ceramografia attica e il Quattrocento toscano. Grecità e purezza di linea sono veicolo di rappresentazione in chiave contemporanea. Il vero naturale, l’attimo che fugge, intesi come momento di rivelazione formale; è il caso della nostra scultura milanese, nata dal momento di pausa che una giovane modella volle concedersi dopo una lunga sessione di posa.

“[…] domandai il posto di maestro non per sostenere gli stabilimenti accademici, ma per distruggerli e far germogliare il genio della gioventù italiana con la semplicità de vero. Dei grandi scultori dell’Ottocento, Scriverà Paolucci di: “(…) sane trasgressioni (…) ma mai avrebbero pensato di poter fare a meno della tradizione”. Bartolini è, perciò, figlio della modernità, ma classicista grato e non immemore.

Persuasa da Giordani e Toschi, la marchesa Rosina Trivulzio commissiona allo scultore un’opera alla memoria del marito prematuramente scomparso. Affranta, “…in Dio posi fiducia”.

Bartolini consegnerà un semplice e pudico nudo di giovinetta, inginocchiata sui talloni, le mani abbandonate in grembo, lo sguardo al cielo. Il corpo è vero di quel vero che sconcerta e insieme commuove nel richiamo al dono della vita. Nulla di sconveniente nella nudità, che qui ha da intendersi condizione umana, spoglia di vanità e rimessa tutta nelle mani dell’Altissimo. Nessun orpello distrae, né panneggi a sfoggiare virtuosismi, dei quali comunque l’autore è padrone; darà prova il monumento funebre per la contessa Zamoyska.

La fanciulletta del Bartolini si staglia candida nel clamore delle tre esposizioni di Firenze, Parma e Milano; emerge fra critiche al verismo eccessivo e smisurate lodi per la geniale purezza della composizione.

Insomma, fa scuola.

Così i nostri passi che fanno crepitare il pavimento ligneo, ancora oggi le si s’arrestano davanti, come fecero in quel lontano 1836, nelle sale del palazzo di Brera, quando la Fiducia in Dio si mostrava al mondo in tutto il suo senso plastico e significato alto”.